Ad
sabato, Settembre 12, 2026
Home Notizie Argentina, Hockenheim e la corsa al calendario F1: promesse a tutti, certezze...

Argentina, Hockenheim e la corsa al calendario F1: promesse a tutti, certezze a nessuno

Nello stesso giorno sono circolate due indiscrezioni opposte: l'Argentina al 99% di un GP nel 2028 grazie all'effetto Colapinto, e il ritorno 'CONFIRMED' di Hockenheim, smentito nei fatti dalle parole reali di Domenicali. Lette insieme, raccontano come la Formula 1 tenga aperte sei candidature diverse per un calendario già bloccato fino al 2028 — e perché la storia recente di Argentina e Corea del Sud dovrebbe far riflettere chi festeggia troppo presto.

Franco Colapinto in azione ad Imola con l'Alpine. #ImolaGP

Nel giro di poche ore, ieri, sono circolate due notizie che a prima vista non hanno nulla in comune: l’Argentina sarebbe a un passo (99%) da un Gran Premio nel 2028, e Hockenheim sarebbe “CONFIRMED” di ritorno in Formula 1, tuonava un titolo. Lette insieme, raccontano molto di più della somma delle due parti: sono la fotografia di come Liberty Media gestisce oggi le proprie relazioni con i mercati che vogliono un posto in calendario — tenendo tutti in gioco, impegnandosi fino in fondo con nessuno.

Partiamo da quella con le basi più solide. L’Argentina avrebbe il 99% di probabilità di tornare in calendario nel 2028, sul rinnovato Autódromo Oscar y Juan Gálvez di Buenos Aires. Il fattore decisivo ha un nome preciso: Franco Colapinto. Il pilota di Pilar avrebbe generato un interesse tale — 17,2 milioni di appassionati nel Paese, oltre 600.000 persone a un roadshow a Palermo — da rendere la candidatura argentina superiore a quelle di Sudafrica e Corea del Sud, i principali rivali insieme a Thailandia e Ruanda. Il progetto prevede un investimento da 100 milioni di dollari, una capienza fino a 150.000 spettatori e un debutto in MotoGP già fissato per il 2027, come banco di prova prima dell’eventuale arrivo della F1 nel 2028 — o, in caso di slittamento, nel 2029.

Il CEO di Formula 1 Stefano Domenicali non ha confermato pubblicamente il nome dell’Argentina, limitandosi ad ammettere di essere “in altre conversazioni in Sudamerica”. Ed è proprio nel modo in cui Domenicali sceglie le parole che si nasconde il secondo capitolo di questa storia, quello di Hockenheim, dove il divario tra quello che è stato scritto e quello che è stato davvero detto vale la pena raccontarlo per intero.

“It will not, in that case, be a short-term call, but definitely will happen.” — Stefano Domenicali

La frase, pronunciata durante una call con gli investitori di Liberty Media, è diventata “CONFIRMED: Hockenheim tornerà in Formula 1” nei titoli di ieri. Ma il soggetto della frase di Domenicali non è il circuito di Hockenheim: è la Germania come mercato. Il CEO ha parlato di un ritorno del Paese tra le grandi piazze della F1 — al livello che aveva vent’anni fa — citando l’ingresso di Audi nel campionato, il quartier generale Mercedes e un nuovo accordo con l’emittente RTL. Su Hockenheim nello specifico, le sue parole sono molto più caute: “È stato Hockenheim a contattarci, e hanno avuto un primo confronto. Se vogliono discutere di un evento F1, ovviamente l’investimento deve essere diverso, perché la nostra piattaforma richiede un tipo di investimento diverso. Ma ne stiamo parlando.” Una porta socchiusa, non una data sul calendario — e una porta che, per come è messa oggi, potrebbe anche richiudersi: nel 2024 il gruppo Emodrom ha rilevato il 74,99% di Hockenheimring GmbH con l’obiettivo di trasformarlo in un parco motoristico generalista, non in un circuito pensato principalmente per la F1. Liberty Media ha sempre preferito trattare con enti pubblici — è così che ha costruito Miami, Las Vegas, la stessa candidatura sudafricana di Kyalami sostenuta dal presidente Ramaphosa — non con proprietari privati con altre priorità di business.

Messe una accanto all’altra, le due storie disegnano lo stesso quadro da due prospettive opposte. Da un lato l’Argentina, che ha già ospitato la F1 venti volte tra il 1953 e il 1998, in tre finestre distinte, chiuse ogni volta nello stesso modo: entusiasmo iniziale, spesso legato a un pilota locale di richiamo, seguito da difficoltà finanziarie che hanno reso insostenibile il contratto. Dall’altro la Germania, che ha ospitato la F1 fino al 2019 e che oggi si vede raccontare un ritorno “sicuro” con un linguaggio studiato per non promettere nulla di verificabile. In mezzo, un calendario che Domenicali stesso ammette essere bloccato fino al 2028, con almeno sei candidature — Argentina, Germania, Sudafrica, Corea del Sud, Thailandia, Ruanda — a contendersi uno spazio che si conta sulle dita di una mano.

Non è un caso che il CEO di Formula 1 usi sempre la stessa architettura retorica quando parla di nuovi mercati: un impegno di principio (“succederà di sicuro”, “il mercato tornerà importante”), seguito da ogni condizione possibile per non impegnarsi su nulla di concreto (“non a breve termine”, “l’investimento deve essere diverso”, “ne stiamo parlando”). È un linguaggio che tiene aperte tutte le porte — con l’Argentina, con la Germania, con il Sudafrica — mentre la Formula 1 valuta con calma quale candidatura offre il ritorno commerciale migliore, e quale rischia di ripetere il copione già visto a Buenos Aires e, più di recente, in Corea del Sud, cancellata dal calendario nel 2013 per lo stesso motivo che affondò l’Argentina quindici anni prima.

Resta da capire se questa strategia — tenere sei mercati diversi convinti che “succederà di sicuro” — sia il modo più intelligente per la Formula 1 di scegliere il partner giusto invece del primo che si presenta, o se sia semplicemente un modo elegante per alimentare per anni l’illusione di un ritorno a chi, in Germania come in Argentina, aspetta una gara vera da troppo tempo. Il vero banco di prova, più che i titoli di ieri, sarà quello che succede davvero nei prossimi diciotto mesi: la MotoGP a Buenos Aires nel 2027, e la prima cifra concreta che Hockenheim metterà sul tavolo. Fino ad allora, ogni “succederà di sicuro” pronunciato da un dirigente della F1 va letto per quello che è: un impegno di principio, non un contratto firmato.